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Dopo il viaggio il ritorno ma è un ritorno che non si orienta verso un luogo geografico ma verso una condizione interiore, una percezione esistenziale. Questo è quanto si comprende esponendosi alle ultime opere di Candido Romeo. Il rischio però è quello di arrivare a parlare di un sentimento originario che è l' emotività, perdendo così quello che di indicibile queste opere riescono a fare intuire ed esperire. Quel qualcosa di antecedente che, privandolo da ogni sovrastruttura culturale e simbolica potremmo provare a chiamare primitivo o, meglio ancora, un primigenio compientesi. Così il manto si anima e diviene tenutario di una consapevolezza creatrice in continuo divenire, in trasformazione che allo stesso tempo custodisce, protegge e genera. A trattenere la forma sono azioni minime, legami sufficienti, come il tratto degli spilli. Così come nelle opere con le foglie delle conifere che altro non sono che aghi, che cadendo, uno dopo l'altro creano una coltre che nel silenzio custodisce una vita potente pronta ad assumere tutte le forme. Foglie di conifere come aghi e come peli di ciglia, che si alzano e si abbassano, aprendo e chiudendo lo sguardo, sul mondo.
Il rimando alla contrazione e all'espansione è inevitabile perché ciò che può evocare qualcosa della dimensione dell'uomo e anche qualcosa della dimensione planetaria e cosmica.
Un altra opera invece si occupa di forme archetipiche, dove un drappo di neoprene nero rimane sospeso al muro da due bacchette di legno di gelso, che non sono visibili ma gli danno una forma che richiama alla memoria di casa. Su questa superficie, che ha un forte potere assorbente, quasi elemento minimo di un buco nero, poggiano due forme in materiale protettivo per imballaggi, trattenute in posizione da degli spilli. Se si agisce su questa opera con l'occhio di un osservatore contemporaneo che ha l'esperienza di questi materiali e li associa alla funzione (il neoprene è spesso usato per proteggere, così come le forme servono ad impedire danneggiamenti di oggetti, in seguito ad urti) si perde l'effetto della prima impressione, quella senza codifica, mediata da un sentire che non è suggestionato dalla funzione o dal segno. L'involucro diventa una maschera, lo scheletro di una realtà che esiste nella realtà, lo scheletrito di uno spirito che è la stessa entità della protezione e della minaccia, a bocca spalancata a urlo silenzioso. In una di queste maschere un liquido verde però porta una pacificazione e la minaccia diviene quasi una nuova conferma di ritorno al pacifico, nell'elemento liquido, che è la forma più intima di protezione, se si pensa al liquido amniotico, o mondo nel mondo, se si pensa al mare, che è alla stessa maniera meraviglia, perché, attraversato dalla luce conserva la trasparenza generando forme nuove dai molti colori per la sua stessa natura.
L'espansione fino a perdere il confine questo potrebbe essere un altro degli aspetti che accomuna quest'opera con l'ultima delle quattro che ho prima nominato. L'ultima opera è costituita da delle porzioni rettangolari di legno combusto, montati sul muro per ottenere una forma che ricorda ancora una volta la casa, una casa però che si dilata, che si fa spazio per contenere al suo centro un monitor bluastro che è il cuore stesso della casa, quello spazio dove tutto si può compiere e divenire in un volume che è inferiore a 0, quel volume che siamo abituati a chiamare virtuale ma è reale, immenso e totipotente. Il viaggio e il ritorno si ricongiungono, in un modo di rapportarsi alla realtà che la allontana dal ragionamento e da qualsiasi forma culturale, quello stato primigenio dove tutto è sul punto di accadere ed è già accaduto, nel monitor acceso.
Silvano Rutigliano [Ettore Malacarne] 2011.
Studio Montefiorino
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